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Svezia: vestiti H&M al posto del carbone

I risultati 'verdi' della gestione dei rifiuti in Scandinavia dipendono da discutibili assunzioni di 'contabilità creativa'. Assunzioni che permettono di incenerire abiti al posto dei combustibili, e di vantarsi pure.

Gli scandinavi, come sappiamo, amano gli inceneritori. L'archistar Bjarke Ingells ne ha addirittura trasformato uno a Copenhagen in un'attrazione turistica (vedi Sciare sull'inceneritore). In Svezia, il 50 percento dei rifiuti viene incenerito, o, come si dice ora, termovalorizzato. Ciò che non si sapeva è che tra i rifiuti inceneriti ci sono anche i vestiti dell'azienda campione di greenwashing nel settore della moda, H&M (vedi La bufala della moda sostenibile).

Secondo Bloomberg, l'inceneritore di Vasteras, a nord di Stoccolma, ha un accordo per bruciare i rifiuti di H&M, che comprende vestiti. L'impianto è stato convertito da generazione a petrolio e carbone per diventare una struttura senza combustibile fossile entro il 2020. Ciò significa bruciare legno riciclato e rifiuti, compresi i vestiti che H&M non può vendere.

"Per noi è un materiale bruciabile", ha dichiarato Jens Neren, responsabile delle forniture di carburante presso Malarenergi AB, titolare dell'impianto vecchio di 54 anni a circa 100 chilometri da Stoccolma. "Il nostro obiettivo è utilizzare solo combustibili rinnovabili e riciclati."

Malarenergi ha un accordo con la vicina città di Eskilstuna per bruciare la spazzatura, alcuni dei quali provengono dal magazzino centrale di H&M nella stessa città. Il rifiuto non era stato identificato come abbigliamento, fino alla denuncia di un programma televisivo nazionale svedese la scorsa settimana.

Malarenergi riceve e brucia spazzatura di diverse città vicine e addirittura importa rifiuti dalla Gran Bretagna per alimentare il suo forno principale. La struttura fornisce energia a circa 150.000 famiglie. Martedì scorso, l'ultima nave a carbone ha lasciato l'attracco di Vasteras dopo aver rifornito i generatori a carbone (gli ultimi di una generazione risalente agli anni '60) con abbastanza combustibile per arrivare al 2020. Per allora sarà stata aggiunta una nuova caldaia a legna per integrare biocarburanti e rifiuti alla struttura esistente.

Ma l'incenero-filia non è solo un problema di Malarenergi o di Vasteras: la Svezia intera si bulla di un sistema energetico quasi interamente a emissioni zero grazie ai suoi impianti idroelettrici, nucleari ed eolici. Alcuni comuni usano ancora carbone e petrolio per riscaldare case e uffici durante le fredde giornate invernali, ma l'impegno nazionale è abbastanza chiaro: la più grande economia nordica spera di eliminare l'ultimo dei suoi combustibili fossili entro la fine di questo decennio. Il problema, come scritto in Non è vero che la Svezia ricicla il 99 per cento dei rifiuti, è quale valore dare all'incenerimento di biocarburanti e spazzatura.

Il complicato e discutibile sistema contabile sulla CO2 emessa permette ai governanti nord-europei di vantare basse emissioni nette. La plastica è chiaramente un combustibile fossile solido, su questo non ci sono dubbi, e rappresenta circa il 20 percento di ciò che viene bruciato in Scandinavia. Il resto è spazzatura. L'incenerimento della spazzatura rilascia 1.355 kg di CO2 per megawattora di elettricità prodotta. Il confronto è sfavorevole sia con il gas naturale (515 kg/megawattora) che con il carbone (1020 kg/megawattora). Il problema è che la CO2 proveniente da questo 'resto' è considerata "naturale".

Secondo l'EPA (Environmental Protection Agency, l'agenzia statunitense per la protezione ambientale), "la maggior parte delle cose bruciate nei processi termici, come la carta, il cibo, il legno e altri oggetti cose creati dalla biomassa, rilasciano la CO2 incorporata nel tempo, come parte del ciclo naturale del carbonio della Terra."

Detto in soldoni, la CO2 creata dalla plastica bruciata la conteggiamo, perché viene dal sottosuolo come petrolio, gas e carbone, quella creata dagli altri rifiuti non la conteggiamo, perché anticamente era stata sottratta all'atmosfera dalla fotosintesi clorofilliana. Ma questo modo di ragionare porta alla menzogna: il cibo avrebbe potuto essere compostato, il legno e la carta avrebbero potuto essere triturati e trasformati in materiali isolanti, senza rilasciare CO2.

Questa 'contabilità creativa' ha reso la Scandinavia dipendente dalla spazzatura, fino al punto di essere costretta a importare spazzatura da altri paesi.

Non solo: il waste-to-energy agisce anche come disincentivo allo sviluppo di strategie, sostenibili a lungo termine, di riduzione dei rifiuti. La conservazione della massa (attraverso il riciclo e il riutilizzo) in circolazione è una componente chiave dello sviluppo sostenibile. Bruciare risorse limitate non può essere la soluzione.

I biocarburanti e la spazzatura non sono esenti da emissioni, come abbiamo visto. Il vecchio stabilimento di Copenaghen doveva essere sostituito perché superava gli standard europei per la diossina e altri inquinanti. Trasformarlo in una stazione sciistica significa aggirare il problema.

Seguendo la gerarchia del riuso (vedi Le 5 erre, ovvero le categorie energetiche del riuso), dovremmo semplicemente eliminare gli sprechi, non seppellirli, riciclarli o bruciarli. Ma anche queste banalità rischiano di non essere recepite in un mondo soffocato di parole e stritolato dai comunicati stampa delle agenzie di marketing.

A proposito di agenzie marketing, come ha risposto la sedicente portavoce della moda sostenibile? "H&M non brucia vestiti sicuri da usare", sostiene Johanna Dahl, responsabile delle comunicazioni in Svezia. "Ma per legge dobbiamo distruggere i vestiti che contengono muffe o che non rispettino le rigorose restrizioni sui prodotti chimici."

Un'azienda che si vanta di ritirare vestiti usati (per farne che?) nei negozi di tutto il mondo, si fa incastrare dalle "rigorose restrizioni" in fabbrica di fronte a delle muffette. E manda tutto al brucio.

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