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La bufala della bioplastica in un'infografica

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La cosiddetta Bioplastica fa un sacco di audience nel mondo degli ecofighetti, ma è assolutamente inefficace per risolvere l'inquinamento plastico Un'infografica a cura di Rethink Plastic.

Le "Bioplastiche" hanno un successo mediatico notevole: le azioni di greenwashing delle multinazionali della chimica hanno ottenuto attenzione significativa da parte dei responsabili politici e dei media, sia per le loro auto-attribuite proprietà "ecologiche" che per il potenziale contributo alla soluzione della crisi dell'inquinamento plastico.

La realtà è purtroppo ben diversa: stiamo assistendo all'organizzazione industriale di una filiera di plastica alternativa che di bio ha solo la provenienza, ovvero non da fonti petrolifere, ma che purtroppo non risolverà il problema dell'inquinamento della plastica, anzi: prevediamo una maggiore confusione tra i cittadini costretti a gestire un materiale in più. A questo dobbiamo aggiungere il noto problema della sottrazione di terreni agricoli alla produzione di cibo, destinandoli invece all'inutile materia plastica vegetale.

C'è molta confusione circa i termini usati in questo dibattito: cosa significa "plastica di provenienza vegetale"? Cosa significa "plastica biodegradabile"? Quali sono le proprietà esatte delle "bioplastiche"?

La nuova infografica sviluppata da Rethink Plastic, ridimensiona drasticamente le aspettative e i miti intorno alle "bioplastiche". La conclusione è indiscutibile: esse sono ancora plastiche a tutti gli effetti. Tutti gli sforzi dei cittadini e delle aziende dovrebbero essere indirizzati alla rinuncia alla plastica e, in subordine, al suo riutilizzo, cosa che le bioplastiche non consentono.

Il primo problema è quello dell'ambiguità del termine: chiunque sostiene che la propria sia una bioplastica. Questo comporta una varietà di prodotti sul mercato, a diversi gradi di biodegradabilità, che vanno purtroppo dal 'poco degradabile' (e comunque lo sono meno del 40% delle materie plastiche a base biologica disponibili sul mercato) al 'per niente degradabile', come le bottiglie di CocaCola (vedi Magica bioplastica) e i mattoncini Lego (vedi Lego: già in vendita gli eco-mattoncini).

Anche la composizione è ambigua e variabile: basta la presenza parziale di plastica vegetale o animale per autodefinirsi 'bioplastica', anche in combinazione con petrolio.

Altro problema è quello della produzione: le materie plastiche a base biologica si basano su terreni sottratti alla produzione di cibo, coltivate con agricoltura industriale ad alta intensità chimica.

Il trattamento di queste plastiche è la vera fregatura: si può correttamente indirizzarlo solo se in zona è disponibile un'infrastruttura di compostaggio industriale. In Italia siamo abbastanza coperti, ma nel mondo non c'è assolutamente copertura sufficiente.

Questo fatto comunque crea confusione e danni anche nelle zone coperte: chi per esempio usa il compostaggio domestico, subirà inevitabilmente un forte inquinamento plastico, dal momento che in questo trattamento la degradazione della bioplastica può richiedere oltre un anno per articolo, e solo se l'impianto è tecnicamente adeguato.

La biodegradabilità nel suolo impiega molto di più, e per quella in acqua i tempi si moltiplicano. Siamo quindi di fronte a prodotti che, se non raccolti e indirizzati, creano gli stessi danni dei loro colleghi fossili. Ma anche la buona vecchia plastica da petrolio, se fosse raccolta e ben indirizzata, sarebbe riciclabile, e quindi un passo avanti la bioplastica, che può solo diventare compost.

Il modo in cui attualmente progettiamo, produciamo e consumiamo materie plastiche è insostenibile. Se per la sostenibilità della plastica esistessero alternative, la "bioplastica" non sarebbe certamente una di queste.

Rethink Plastic è un'alleanza delle principali ONG europee con un obiettivo comune: un futuro privo di inquinamento plastico. Rappresenta centinaia di migliaia di gruppi attivi, sostenitori e cittadini in ogni Stato membro dell'UE. Mette insieme le politiche e le competenze tecniche da una varietà di settori rilevanti e fa parte del movimento globale Break Free From Plastic, composto da oltre 800 ONG e milioni di cittadini in tutto il mondo.

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