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Centrali nucleari galleggianti

I reattori galleggianti sono la nuova trovata dei sostenitori della fonte più pericolosa e costosa. Potrebbero essere meno costosi, più sicuri e più flessibili dei loro fratelli sulla terraferma. Incredulità tra gli ambientalisti.

Lungo la costa della baia di Kola, nell'estremo nord-ovest della Russia, ci sono le basi militari per i sottomarini nucleari e le navi rompighiaccio russe. Qui, la Russia sta conducendo un esperimento con l'energia nucleare, che i sostenitori dicono essere impresa all'avanguardia dell'ingegneria, ma i critici sono terrorizzati.

Si tratta di una chiatta, l'Akademik Lomonosov, ormeggiata tra i moli di Murmansk, oscillando tra le onde. La struttura galleggiante, composta da due reattori miniaturizzati di un tipo utilizzato in precedenza sui sottomarini, è per ora l'unica del suo genere.

Il Cremlino è sicuramente il più entusiasta tra coloro che vedono potenziale di sviluppo nelle centrali nucleari galleggianti, ma non è il solo. Due società statali in Cina stanno costruendo strutture simili e alcuni scienziati americani hanno elaborato piani propri. I sostenitori dicono che sono più economiche, più ecologiche e, forse contro-intuitivamente, più sicure. È difficile immaginare che un mondo in cui le centrali nucleari si muovono lungo le coste delle principali città, sia un mondo migliore di quello attuale.

"Sono anni luce davanti a noi", dice Jacopo Buongiorno, professore di ingegneria nucleare presso il Massachusetts Institute of Technology, parlando del programma russo di energia nucleare galleggiante.

Rosatom, l'azienda nucleare statale russa, esporta tecnologia nucleare da anni, vendendo impianti in Cina, in India e in una serie di nazioni in via di sviluppo. Secondo i suoi ingegneri, reattori più piccoli posizionati in modo efficace sui galleggianti possono essere assemblati più rapidamente, essere collocati in una gamma più ampia di posizioni e rispondere più agilmente alle forniture su reti elettriche che si affidano sempre più al vento e al solare.

Il progetto russo prevede l'utilizzo di reattori di tipo da sottomarino caricati su navi, con un portello vicino alla prua per collegarli alle reti elettriche locali. I reattori genereranno un totale di 70 megawatt di elettricità, sufficienti per alimentare circa 70.000 abitazioni tipiche americane. Rosatom progetta di produrre in serie tali centrali galleggianti e sta esplorando varie forme di fornitura, tra cui il mantenimento della proprietà dei reattori con la vendita dell'elettricità generata.

L'ingombrante, rettangolare struttura ricorda un grande magazzino, con solo un emblema dell'atomo sul fianco, a ricordare di cosa si tratta. All'interno, il reattore galleggiante è un labirinto di corridoi stretti, scale ripide, tubi, fili e segnali di avvertimento in caratteri cirillici.

I funzionari prevedono di rimorchiare la nave verso le città costiere che hanno bisogno di energia, sia per fornire aumenti a breve termine che aggiunte a più lungo termine alla rete elettrica. Può trasportare uranio arricchito sufficiente ad alimentare i due reattori per 12 anni, prima di essere rimorchiato, con il suo combustibile esaurito, in Russia, dove verranno trattati i rifiuti radioattivi. Una bella comodità.

Un gruppo di 300 tecnici russi, incluse le guardie private di sicurezza, gestirà l'impianto, turnandosi. Rosatom sta prendendo in considerazione un programma di lavoro di quattro mesi con pausa di altri quattro mesi. L'Akademik Lomonosov inizierà a servire Pevek, un porto remoto in Siberia a circa 500 miglia dall'Alaska, l'anno prossimo.

Sulla nave, l'equipaggio civile avrà accesso a una serie di servizi, rendendo la struttura un incrocio tra "Caccia a Ottobre Rosso" e una nave da crociera: ci sono una piscina decorata con foto di una spiaggia tropicale, stanze da squash e un bar con tanto di bevande alcoliche.

"Una fonte di energia elettrica, che può essere facilmente trasportata in luoghi difficili da raggiungere, economicamente conveniente," così la definisce Vitaly A. Trutnev, direttore del programma reattori galleggianti di Rosatom.

L'uso di reattori nucleari per la propulsione marina, o su centrali elettriche galleggianti, non è nuovo. Gli Stati Uniti usarono un reattore su chiatte per generare elettricità per la Zona del Canale di Panama dal 1968 fino al 1976, e Westinghouse, il costruttore americano di reattori, progettò due impianti galleggianti al largo della costa del New Jersey intorno a quell'epoca, fortunatamente mai realizzati.

La delirante energia nucleare galleggiante ha ottenuto un sostegno inaspettato dopo lo tsunami giapponese del 2011. Il disastro, ricordiamo, distrusse la centrale elettrica costiera di Fukushima allagando i generatori diesel di riserva destinati a raffreddare l'impianto in caso di arresto di emergenza.

Secondo i costruttori, un reattore galleggiante sopravviverebbe alle onde dello tsunami in mare. E se fosse necessario uno spegnimento di emergenza, manterrebbe l'accesso al raffreddamento, cosa che è più facile da fare se sei già in acqua, piuttosto che fare affidamento sulle pompe.

Buongiorno del M.I.T. è lui stesso sostenitore di impianti nucleari galleggianti su piattaforme simili a quelle utilizzate nell'industria petrolifera e del gas. Questo permetterebbe di competere con l'elettricità a basso costo proveniente dal vento, dal solare e dal gas naturale.

Collocare reattori nucleari su navi dovrebbe ridurre i costi di costruzione, vera e propria spina nel fianco di questa obsoleta e pericolosissima fonte energetica. I costi e l'opposizione politica hanno fermato la costruzione di impianti nucleari negli Stati Uniti. L'efficienza della catena di montaggio nei cantieri navali contribuirebbe a ridurre i costi.

Rosatom non ha comunque ancora rivelato il costo della chiatta, né quali paesi siano interessati a mettersi in casa un accrocchio galleggiante contenente una potenziale bomba nucleare. Voci circolanti in Sudan suggerirebbero il paese africano tra i primi committenti. La società stima che impiegherà quattro anni a costruire ogni impianto galleggiante, rispetto a un decennio circa richiesto per molte centrali nucleari.

Altre voci descrivono la Cina interessata a costruire 20 centrali nucleari galleggianti, la prima delle quali addirittura entro due anni. Una società francese ha progettato un reattore chiamato Flexblue, non galleggiante, ma piuttosto immerso nel fondo dell'oceano.

I gruppi ambientalisti, anche quelli più filo-industriali, sono naturalmente sul piede di guerra: non sono affatto persuasi dalle assicurazioni di sicurezza di Rosatom. Temono che durante uno tsunami, una struttura di acciaio di 21.000 tonnellate potrebbe non cavalcare l'onda esattamente come un surf. Anzi, potrebbe essere strappato dai suoi ormeggi e finire sulla terraferma, distruggendo tutto quello che trova sul suo percorso. Solo, lo farebbe con due reattori attivi a bordo, ben lontano dalla sua fonte di refrigerante.

Nessuno si fida, inoltre, della marina militare russa come garante dei collaudi, data la sua storia assai poco trasparente su sversamenti e incidenti di sottomarini e rompighiaccio a propulsione nucleare.

Negli anni '60 e '70, l'Unione Sovietica scaricava i reattori nel Mare di Kara, nell'Oceano Artico a nord di Kola Bay. Sottomarini nucleari russi affondarono nel 1989 e nel 2000, mentre un rompighiaccio nucleare russo prese fuoco nel 2011 e ancora niente si sa su un'altra fuoriuscita di radiazioni trapelata quell'anno, secondo Bellona, ​​un gruppo ambientalista norvegese.

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