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Piantare alberi

Piantare alberi

La triste pratica di piantare alberi senza costrutto è un modo popolare per molte aziende per ripulire la propria immagine. Sfortunatamente, potrebbe causare più problemi di quanti ne risolva.

Gli alberi sono un punto molto sensibile dell'immaginario dei consumatori più attenti all'ambiente. Del resto la loro funzione per il pianeta è indubbia, ed è persino banale rimarcarlo. Banale, ma non inutile: sono responsabili per l'assorbimento di CO2 e la produzione di ossigeno, le radici impediscono al suolo di erodersi, le chiome forniscono ombra e le foglie si decompongono in nutrienti per le colture. Sono un'abitazione per le specie selvatiche e molte colture arboree, come caffè, gomma e legni duri, supportano economicamente e alimentarmente intere nazioni. Segnano anche i confini e mantengono un immenso valore spirituale, culturale e sociale per le piccole comunità in tutto il mondo.

Negli anni '80, si erano moltiplicate le iniziative da parte di associazioni umanitarie petr piantare alberi per fermare la "desertificazione" nel deserto del Sahara. I risultati di queste iniziative sono oggi sotto gli occhi di tutti. Ma questo non ha impedito alla pratica di tornare di moda. E questa volta i soggetti proponenti non sono ONG, ma aziende, anche quelle senza una particolare nomea di attivismo ambientalista. Si va dal sito web per adulti Pornhub (sì, Pornhub) al marchio di abbigliamento Ten Tree.

Mentre stiamo viaggiando in aereo una voce registrata ci avvisa sempre più spesso che col nostro biglietto abbiamo contribuito alla produzione di tot kg di ossigeno, o alla cattura di tot kg di anidride carbonica. Sulle prime, siamo rimasti sconcertati: l'aereo è indubitabilmente il mezzo più impattante dal punto di vista dell'effetto serra. Ma a forza di sentirlo, il messaggio ci ha convinto che le compensazioni messe in atto dalla compagnia X servano a limitare l'impatto del nostro viaggio. In cosa consistono le compensazioni? Nel piantare alberi, naturalmente.

Da qualche parte deve essere passata l'informazione che le aziende possono compensare il proprio impatto ambientale piantando alberi o sostenendo altre forme di ripristino degli habitat, in modo da "ripagare" il danno che causano localmente. Con l'intensificarsi dei cambiamenti climatici, gli alberi sono sempre più di moda per il loro potenziale di assorbire l'anidride carbonica che continuiamo a immettere nell'atmosfera.

Le Nazioni Unite hanno persino varato un progetto per offrire alle comunità locali martoriate dallo sfruttamento industriale e ai loro governi una sorta di risarcimento finanziario con lo scopo di salvare gli alberi dalla deforestazione. Questa "economia della riparazione" è stata adottata da alcune delle più grandi aziende nei loro impegni in materia di responsabilità sociale delle imprese. Uno di questi programmi è il Green Belt Movement, un'organizzazione non governativa del Kenya avviata dal defunto professore premio Nobel Wangari Maathai.

La missione originaria di Maathai era però quella di aiutare le popolazioni locali, in particolare le donne, a superare la disuguaglianza attraverso il ripristino della foresta e la resistenza al deserto del Sahara in espansione. Oggi si è trasformato in una sorta di industria della piantumazione.

Nonostante il coinvolgimento di enti di beneficenza e imprese, ricerche effettuate in loco hanno rivelato che in programmi come questi, l'apporto delle aziende, pur essendo economicamente cospicuo, è minore rispetto a quello degli agricoltori e delle popolazioni locali. Sono queste, non le aziende, che danno il maggior contributo alla piantumazione di nuovi alberi. Poiché anche le popolazioni locali ne ereditano la responsabilità, è importante che i progetti ideati da soggetti esterni siano pianificati ed eseguiti con saggezza e nell'interesse della comunità.

Alcuni potrebbero obiettare che piantare alberi è in ogni caso un vantaggio per l'ambiente, chiunque lo faccia. Ma, dati alla mano, la compensazione è solo un altro modo per lavare l'immagine delle aziende. È necessario che non passi l'usanza che il danno ambientale in un luogo possa essere risarcito in qualche modo ripristinando gli habitat altrove, a volte dall'altra parte del mondo.

Molto spesso si usa la compensazione per riparare il danno di una foresta distrutta per far posto a produzioni agricole o industriali. La sostituzione è spesso attuata, in altri luoghi, tramite filari uniformi della stessa specie selezionati per la loro capacità di crescere rapidamente.

Ma le foreste tropicali impiegano fino a 65 anni per ricrescere e la loro diversità non può essere replicata da una monocultura di terreni rimboschiti. I progetti di rimboschimento e di rinfoltimento devono tener conto di quali specie sono appropriate a seconda che si tratti di foreste native o esotiche, polivalenti o in rapida crescita, naturalmente rigeneranti o piantagioni gestite. A volte vengono selezionate specie sbagliate e spesso si punta sull'eucalipto (Eucalyptus globulus), una scelta molto discutibile.

L'eucalipto è solitamente scelto perché è a rapida crescita e economicamente vantaggioso. Tuttavia, non è essenza tipica di molti ambienti in cui è ora piantata, e richiede molta acqua, che drena la falda freatica e compete con le colture locali.

In Europa, la sostituzione di alberi di quercia autoctoni a foglia larga con conifere a crescita più rapida ha portato a una copertura forestale del continente superiore del 10% rispetto a prima della rivoluzione industriale. Tuttavia, i nuovi alberi non sono in grado di catturare il carbonio ma intrappolano il calore in modo più efficiente, contribuendo al riscaldamento globale. Chiaramente, piantare alberi senza la dovuta cautela può fare più male che bene.

Inoltre, gli alberi impiegano molto tempo per crescere e necessitano di cure continue, cosa che le aziende tendono spesso a tralasciare. I progetti di piantumazione di alberi di solito sono del tipo "pianta e scappa," nel senso che non mettono risorse nella gestione degli alberi dopo che sono stati collocati nel terreno. I giovani alberi sono particolarmente vulnerabili alle malattie e alla competizione per la luce e i nutrienti e, se non vengono curati, alla fine muoiono.

Molto spesso si usano gli alberi per fini politici, modificando il territorio senza consultare le comunità locali, ignorando i loro diritti territoriali e i loro regimi di gestione. Piantare in questi luoghi a caso, o peggio ancora con intenzioni ostili, può esacerbare le tensioni sulla proprietà terriera, diffondendo il disinteresse per la cura e la gestione degli alberi.

Gli abitanti espropriati talvolta si trasferiscono nelle foreste esistenti e liberano la terra per usi agricoli. E spesso questo è il vero scopo dell'intero progetto. Il tutto avviene con la complicità, spesso ignara, di aziende e donatori.

Non è un caso che gli alberi siano in testa alle buone pratiche dell'economia verde, ma questo non significa necessariamente che piantarli sia automaticamente "verde" o utile per l'armonia sociale. Consentire agli alberi di ricrescere naturalmente non è sempre efficace, poiché è improbabile che gli alberi sopravvivano da soli. Il coinvolgimento della comunità è quindi cruciale.

Ciò significa una vera consultazione sul sito e la selezione delle specie, i diritti di proprietà sugli alberi, i loro prodotti e la terra in cui crescono e chi si prende cura dei lavori per mantenere in vita gli alberi dopo che sono stati piantati. Non si può lasciare un settore così delicato nelle mani di corporation che hanno il solo scopo di lavare la propria immagine di inquinatori.

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