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La Cina di plastica

Plastic film

Quando il riciclo nasconde lati oscuri: "Plastic China", un documentario presentato a CinemAmbiente racconta il rovescio della medaglia del riciclo, una Cina invasa dai rifiuti.

La Cina è sicuramente protagonista mondiale nel settore del riciclo. In quella sconfinata terra si fanno i numeri maggiori, le migliori scoperte tecnologiche, ma anche i pasticci e i crimini più imbarazzanti, come dimostra la Discarica di Guiyu, di cui abbiamo parlato. Tra l'essere la fabbrica del mondo e la discarica del mondo, il passo è brevissimo.

I motivi di questa situazione sono di natura politico-economica: dopo l'introduzione del mercato da parte di Deng Xiaoping e il boom economico degli anni '90, il settore industriale cinese si è trasformato in una macchina affamata di materie prime. È stato logico, quindi, importare dall'estero rifiuti da riciclare. Ora però la Repubblica Popolare si ritrova sommersa da rifiuti provenienti da Europa, Corea, Giappone e Usa, come se quelli prodotti da 1 miliardo e 400 milioni di cinesi non fossero già sufficienti.

Ad analizzare e denunciare questa situazione è il film, presentato al CinemAmbiente, di Jiuliang Wang, regista, fotografo e giornalista cinese che da diversi anni si occupa di ambiente nel suo paese. La pellicola, girata in una città nordorientale dello Shandong, è stata intitolata Plastic China proprio per il fatto che si concentra sulla quotidianità asfissiante di un laboratorio di riciclo della plastica a condizione familiare.

Riprese e ricerche sono durate tre anni, come tre sono gli anni di vita che lo spettatore passa insieme alle due famiglie protagoniste, quella di Kun, giovane proprietario che sogna di poter mandare il figlio all'università, e quella di Yi-Jie, arrivata dal Sichuan per poter guadagnare qualche soldo in fabbrica e uscire dalla povertà. Sono due storie che raccontano la Cina contemporanea: il rovescio della medaglia dorata del boom economico, la perdita di identità dell'antica società rurale.

Tutto questo in un ambiente malsano, lurido e deformato dall'invasione della plastica: campagne in cui le pecore brucano il pluriball (la plastica da imballaggio millebolle), dove si raccolgono pesci morti in un torrente di liquami, dove la collina dei giochi non è altro che una discarica e il fuoco per cucinare viene alimentato con imballaggi e sacchetti.


L'idea di Plastic China nasce a seguito di un documentario girato sempre da Wang in un centro di riciclo rifiuti in California, precisamente ad Oakland. In quel periodo, Wang fu colpito dall'efficienza della fabbrica ma, parlando con un manager, scoprì che tutti quei rifiuti avevano un'unica destinazione: la Cina. Iniziò a fare delle ricerche per comprendere quindi l'entità del fenomeno e scoprì che in Cina vengono importate 10 milioni di tonnellate all'anno di rifiuti e il 70% di questi vengono poi rimessi nel ciclo produttivo, lavorati nell'industria cinese e poi esportati ad Occidente, sotto forma di giocattoli, vestiti o altro.

La manodopera a basso costo ha permesso alla Cina di diventare la fabbrica del mondo sempre più bisognosa di materie prime, ma in questo modo, attraverso l'importazione di rifiuti da riciclare, tra cui plastica, metalli, materiali elettronici, si è trasformata in discarica mondiale. Il riciclo è sì una pratica virtuosa, ma ha un rovescio della medaglia, e il film lo esprime apertamente.

Ovviamente, non è solo la Cina a essere colpevole di questa follia. Il film fa capire che non è un problema solo cinese, ma mondiale, una catena internazionale che ci coinvolge tutti indistintamente. Nel laboratorio in cui lavora Yi-Jie, giungono rifiuti da ogni parte del pianeta, anche dall'Italia. Siamo tutti responsabili di quello che accade in quel mondo così lontano geograficamente.

Qualche effetto concreto, questo lavoro l'ha ottenuto: il governo cinese, due mesi fa, ha finalmente approvato una nuova legge per limitare l'importazione di rifiuti dall'estero.
L'invasione dei rifiuti da riciclare non sarà risolta, presumibilmente si sposterà altrove, in quanto le fabbriche verranno rilocalizzate in altri Paesi, ma meglio che niente.

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