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Una tassa sulla plastica?

Plastica in mare

La tecnologia non salverà gli oceani dalla plastica. L'unica cosa da fare è non usare plastica. Una tassa internazionale potrebbe aiutare, ma non è da sola la soluzione.

Quello della plastica è uno dei maggiori problemi dell'inquinamento moderno, non tanto legato alla sua tossicità, quanto all'enorme quantità di materiale riversato e disperso nell'ambiente, soprattutto negli oceani, ricettori finali attraverso il corso delle acque.

Da tempo l'umanità cerca scorciatoie, soprattutto tecnologiche (vedi La tecnologia ci salverà dalla plastica?), all'uso delle materie plastiche derivate dal petrolio. Per questo sono stati progettati molti materiali che imitano la plastica, ma che dovrebbero avere una minore persistenza nell'ambiente.

In effetti è difficile sbarazzarsi delle funzioni fondamentali di pulizia, asetticità, robustezza, duttilità e malleabilità della plastica. Ma per millenni abbiamo fatto a meno di queste caratteristiche, per cui la scelta più logica dovrebbe essere un'economia con la plastica ridotta al minimo.

La forza dei questo materiale sta tutta nel suo rapporto qualità/prezzo. Non potendo agire sulla qualità, non resta che lavorare sul prezzo, per scoraggiarne l'utilizzo. Una tassa sulla plastica potrebbe essere utilizzata per ridurre gli sprechi e affrontare l'inquinamento plastico marino.

In effetti le tasse possono essere un modo efficace per ridurre il consumo di materie plastiche monouso, come illustrato in maniera evidente dalla tassa sulle buste di plastica che è stata implementata nel 2002 in Irlanda, a differenza del bando attuato qui nel 2010. Le tazze da caffè e le altre tazze da asporto monouso sono i principali candidati per una simile forma di tassazione, che dovrebbe essere visibile al consumatore e applicata al punto vendita.

Tuttavia, per alcune voci, le tasse non rappresentano l'approccio migliore e dovrebbero invece essere utilizzati altri strumenti economici o misure normative. Per esempio, per i contenitori per bevande monouso, un sistema di restituzione dei depositi (vedi Il punto sulle bottiglie di plastica e Scozia: ritorno al deposito con cauzione) sarebbe il modo migliore per ridurre in modo significativo i rifiuti e aumentare il riciclaggio delle bottiglie (e in effetti delle lattine). Per cannucce e agitatori di plastica, un sistema di restituzione dei depositi non funzionerebbe, ma piuttosto che mettere una tassa su un elemento così piccolo e disperso, potrebbe essere più semplice vietarli.

Detto questo, l'impressione è che in genere la tassa sia preferibile all'imposizione di un costo per il servizio di riciclo e smaltimento. Gli effetti sulla prevenzione dei rifiuti sarebbero più o meno gli stessi, in linea di principio, mentre diverso sarebbe il gettito in capo al Tesoro, superiore nel caso di una tassa, visto che il governo risparmierebbe sull'erogazione del servizio. La tassa inoltre eviterebbe la de-responsabilizzazione del produttore e dei vari attori della filiera, che potrebbero diventare eccessivamente dipendenti dai proventi della commissione, limitando potenzialmente l'impegno in materia di gestione e prevenzione dei rifiuti.

Detto in altre parole: se c'è un consorzio della plastica che si occupa dello smaltimento in cambio di un onere imposto, è probabile che gli operatori non siano molto attivi nella gestione del rifiuto, limitandosi a inveire contro il consorzio in caso di disservizio.

È anche una questione etica: dobbiamo evitare l'attribuzione diretta dei fondi raccolti per coprire i costi associati alla gestione dei rifiuti. Per esempio, è stato suggerito che il denaro raccolto per la produzione di una tazzina da caffè dovrebbe essere utilizzato per finanziare le infrastrutture di raccolta per il riciclaggio delle tazzine da caffè. Fare ciò significherebbe minare il principio della responsabilità estesa del produttore, in base al quale i produttori dovrebbero sopportare l'intero costo della vita del prodotto, compresa la gestione dei rifiuti. I proventi derivanti da una tassa, destinata a modificare il comportamento dei consumatori e a ridurre il consumo di specifici articoli in plastica monouso, non dovrebbero essere utilizzati per coprire i costi in capo ai produttori.

Un altro errore in cui si incorre spesso è considerare il ciclo di un rifiuto riciclabile come auto-finanziante: sono invece molti i rifiuti per cui i ricavi da riciclo non sono sufficienti a garantirne la gestione. Il caso della plastica è emblematico di come i ricavi debbano essere integrati da un certo tipo di fiscalità per compensare i costi di raccolta, selezione, gestione e riciclo. Questo fatto non si manifesta per tutti i rifiuti, per esempio i metalli hanno in genere ricavi sufficienti a mantenere il sistema. Non è un caso che le lattine di alluminio non costituiscano un problema quanto i sacchetti di plastica.

Queste considerazioni sono assolutamente generali, e non affrontano il problema della plastica nelle sue molteplici specificità tecniche, che richiederebbero l'analisi di numerose filiere come la pesca e l'acquacoltura, nonché le molteplici fonti di microplastiche, compreso il consumo degli pneumatici dei veicoli, polvere da pellet, tessuti sintetici, campi sportivi artificiali e vernici, per citarne solo alcuni.

Il problema comunque è enorme e destinato a peggiorare. Sarebbe opportuno un impegno internazionale congiunto sull'argomento, sul modello di quanto sta avvenendo, seppur timidamente e tardivamente, sul clima. Detto per inciso, non pare che tali argomenti compaiano nel dibattito politico di questo periodo pre-elettorale italiano.

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