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Nestlè: obiettivi concreti o greenwashing?

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Per risolvere il problema causato dagli imballaggi in plastica, Nestlè annuncia i nuovi obiettivi ambientali.

Nestlè ha promesso di arrivare ad avere solo imballaggi in plastica riciclabile entro il 2025. Riciclabile, non riciclata. A parole, il gigante alimentare svizzero immagina un mondo in cui nessuno dei suoi imballaggi, comprese le materie plastiche, finisca in discarica o diventi rifiuto.

Mark Schneider, amministratore delegato di Nestlè, ha ribadito il fatto che i rifiuti di plastica sono uno dei maggiori problemi contemporanei, ma per poterlo affrontare è necessario un intervento collettivo. Nestlé quindi non si sottrae alla moda tipica di importanti società internazionali, come la rivale Unilever, che fingono di prendere grandi impegni verso l'ambiente.

Ma anche in questo caso gli ambientalisti definiscono molto povera questa mossa. Essendo Nestlè una delle più grandi aziende nel settore alimentare, con ampia gamma di prodotti, tra cui acqua in bottiglia, barrette al cioccolato e caffè istantaneo, è tra i maggiori responsabili dell'inquinamento causato dalla plastica. Per cui, a grandi responsabilità dovrebbero corrispondere grandi rimedi. Invece, ciccia.

Greenpeace ha criticato la dichiarazione di Nestlé che ha il raro pregio di non contenere obiettivi chiari e nemmeno scadenze temporali per ridurre ed eliminare gradualmente la plastica monouso. In realtà l'azione della multinazionale svizzera non sposterà l'ago della bilancia verso la riduzione della plastica monouso in modo significativo e fissa uno standard incredibilmente basso per la più grande azienda di alimenti e bevande al mondo. Solo il più squallido dei greenwashing.

La dichiarazione è piena di obiettivi ambigui o inesistenti, e si basa su "ambizioni" che hanno come fine quello di attribuire la responsabilità direttamente ai consumatori piuttosto che alla società stessa.

I segnali dei danni fatti da Nestlè sono evidenti: durante la pulizia di una spiaggia nel 2017 su Freedom Island nelle Filippine (il terzo inquinatore degli oceani del mondo), i volontari di Greenpeace e i partner di questa iniziativa hanno trovato per la maggior parte involucri di prodotti Nestlé tra i rifiuti, rispetto a qualsiasi altra marca.

Eppure, secondo Greenpeace, Nestlé avrebbe il potere e le risorse per riuscire ad eliminare gradualmente le materie plastiche monouso. Una società di quelle dimensioni dovrebbe stabilire uno standard molto forte per riuscire ad allontanarsi dalla plastica usa-e-getta. Invece si ostina a parlare di riciclo della plastica, un ottimo specchietto per i clienti babbei, pur sapendo da anni che gli sforzi verso il riciclaggio non possono ripulire gli oceani, i corsi d'acqua e la società, ma, al contrario, il risultato combinato dei timidi comportamenti ambientali e il suo enorme business non faranno altro che incrementare l'inquinamento plastico.

La nuova iniziativa di Nestlé si concentra su tre aree principali: eliminare le plastiche non riciclabili, incoraggiare l'uso di materie plastiche che consentano migliori tassi di riciclaggio, ed eliminare o modificare combinazioni complesse di materiali di imballaggio, i cosiddetti poliaccoppiati.

Obiettivi quanto mai inconcludenti e generici. Come abbiamo più volte scritto sui queste pagine (vedi Plastica: le colpe di Coca-Cola, La Gran Bretagna farà dietro-front sul vuoto a rendere), l'eccesso della plastica si combatte con la rinuncia a produrre manufatti di plastica, e in subordine, a produrre manufatti riutilizzabili con un coerente sistema di recupero, tramite cauzione (vuoto a rendere).

Invece gli elvetici preferiscono dedicarsi ai colori: Duncan Pollard, esperto della sostenibilità di Nestlè (che sarebbe un po' come dire esperto di sicurezza dei dati di Cambridge Analytica), ha affermato che l'azienda sta lavorando anche per modificare i colori utilizzati per gli imballaggi, questo perché i colori più chiari, secondo loro, sono facili da riciclare.

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