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Cina: effetti del divieto di importazione

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Panico nelle organizzazioni mondiali del riciclo dopo la decisione del governo cinese di bloccare le importazioni di alcuni scarti industriali. Un flusso enorme di materie prime seconde potrebbe non trovare casa, creando problemi ambientali e lavorativi.

La Cina ha notificato all'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) il 18 luglio i suoi piani per cessare l'importazione di alcuni rifiuti entro la fine del 2017 come parte della sua campagna nazionale di tagli.

Il Bureau of International Recycling, l'organizzazione fondata nel 1948, che sostiene gli interessi dell'industria del riciclaggio su scala internazionale, afferma che non ci sta, e lamentando il breve preavviso per le parti interessate per formulare osservazioni in merito, afferma di aver presentato una protesta all'OMC.

Il maggior organismo mondiale del riciclo, che rappresenta oltre 760 aziende del settore privato e 36 associazioni nazionali in più di 70 paesi, intende mostrare al governo cinese, e alle altre parti interessate, l'impatto devastante che tale divieto avrebbe sull'industria globale del riciclo, nonché sull'economia e l'ambiente in Cina e in tutto il mondo.

"Mentre il BIR e i suoi membri sostengono e promuovono norme di alto profilo per l'esportazione di scarti, questo divieto, se attuato, avrà un impatto serio sull'industria globale del riciclo, che negli ultimi 25 anni ha sostenuto la Cina nel suo sviluppo economico e ha soddisfatto le sue necessità di approvvigionamento con le materie prime seconde", osserva il direttore generale del BIR, Arnaud Brunet.

La lettera all'OMC chiede una proroga del termine per le osservazioni, sostenendo che il termine di 48 ore in questa occasione è "estremamente breve" rispetto alla scadenza standard di 60 giorni e che non ha consentito a tutti gli operatori del settore di contribuire alla discussione.

Materiali di scarto valutati a decine di miliardi di euro scorrono ogni anno verso la Cina per sostenere le esigenze di produzione dell'industria nazionale, sottolinea il BIR. Per esempio, la Cina ha importato 7,3 milioni di tonnellate di scarti di plastica e 27 milioni di tonnellate di carta recuperata lo scorso anno, tra cui carta mista per il 25-30%. Il divieto può far deviare una grande quantità di carta mista "fuori dal flusso di flusso circolare," afferma la federazione mondiale.

"Il divieto di importazione di merci di scarto in Cina sarebbe catastrofico per l'industria del riciclo", aggiunge Robin Wiener, presidente dell'Istituto statunitense delle industrie di riciclo (Institute for Scrap Recycling Industries). Teme che tali azioni comportino la perdita di "decine di migliaia di posti di lavoro" e la chiusura di molte imprese di riciclo in tutti gli Stati Uniti.

Come scritto in "la Cina di plastica", i motivi del divieto nascono da lontano: "dopo l'introduzione del mercato da parte di Deng Xiaoping e il boom economico degli anni '90, l'industria cinese si è trasformata in una macchina assetata di materie prime. Ora però la Repubblica Popolare si ritrova sommersa da rifiuti provenienti da Europa, Corea, Giappone e Usa, come se quelli prodotti da 1 miliardo e 400 milioni di cinesi non fossero già sufficienti."

Le preoccupazioni delle organizzazioni internazionali del riciclo sono legittime, ma non possiamo pensare di procrastinare sine die la situazione rappresentata nel film Plastic China e descritta anche nell'articolo "La vergogna della discarica di Guiyu". È auspicabile che le parti in causa dialoghino seriamente, avendo però come obiettivo imprescindibile quello di limitare, e nel lungo periodo azzerare, il traffico transfrontaliero di materie prime seconde.

Il modello europeo, soprattutto italiano, con filiere di riciclo formate da una rete di piccole e medie aziende fortemente organizzate, dovrebbe costituire un esempio virtuoso soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, abituati a esportare i propri scarti senza troppe preoccupazioni.

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