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Casacche gialle contro Parigi

Casacche

Il popolo quando scende in piazza chiede pane o croissant. E complica la vita di chi dovrebbe far rispettare gli onerosi accordi sul clima, unica chance che abbiamo per salvare il pianeta.

In Francia, in questi giorni, un gruppo spontaneo di cittadini sta mobilitando l'intero paese con proteste di marca antigovernativa. Come ogni volta, politici e giornalisti cercano di trovare le cause del fenomeno, giustificando in parte gli inevitabili eccessi che queste proteste portano con sé.

Sono stati definiti gilet jaunes, ovvero "gilet gialli", i manifestanti che hanno iniziato la protesta contro i rincari della benzina voluti dal governo del presidente Emmanuel Macron: hanno ostacolato e bloccato la circolazione su strade, superstrade e autostrade.

Il bilancio attuale delle proteste è di un morto e di 400 feriti circa, 14 dei quali gravi. Va detto che i feriti sono costituiti soprattutto da manifestanti colpiti da automobilisti spazientiti che hanno cercato di forzare i blocchi di protesta, spesso non autorizzati. Ma anche l'esasperazione degli automobilisti è un segnale non buono.

Il movimento dei gilet gialli non ha organizzazione formale o leader riconosciuti: le principali informazioni sono diffuse attraverso Facebook, e questo non è un buon biglietto da visita. È un movimento che non fa riferimento ad alcun partito e che è indipendente dai sindacati. Ciò che sappiamo è che il movimento protesta contro la diminuzione del potere di acquisto e quelle che vengono definite le "politiche anti-auto" volute dal governo Macron. Politiche che, non dimentichiamo, sono solo l'inizio di ciò che un governo dovrebbe fare per rispettare gli accordi di Parigi sul clima.

Per questo possiamo dire che le casacche gialle sono contro Parigi, intesa come capitale della Francia, e quindi come simbolo del governo Macron, ma anche come sede degli accordi contro il riscaldamento globale. Accordi che richiedono uno sforzo rispetto alla vita da cicale che ci sta portando sul baratro, anche da parte delle fasce di popolazione meno abbienti. Fasce che, evidentemente, non ci stanno, e che chiedono a Parigi di essere esentate dall'austerity energetica.

Per questo motivo appaiono patetici gli sforzi di certi politici e di certa stampa di giustificare parzialmente questi eccessi, magari rimestando nel torbido di un governo francese, quello attuale, non certo esente da colpe gravi, come la sua dura politica contro l'immigrazione, la sua politica estera aggressiva e filo-USA, la sua politica economica estremamente liberista. Ma non dimentichiamo che il motivo scatenante delle proteste, ovvero l'aumento i prezzo dei combustibili inquinanti, è una delle poche azioni illuminate compiute da questo governo.

Oltre all'aumento della benzina e del gasolio, il governo si è infatti mosso per abbassare i limiti di velocità, aumentare i dispositivi per controllarne il rispetto, e introdurre incentivi per le auto elettriche o ibride, come primo passo verso una conversione ecologica.

La protesta ricorda un po' quella dei forconi, che ha avuto luogo a fine 2013 in molte parti d'Italia. Gli obiettivi anche allora erano il ​​governo, l'alta tassazione, la burocrazia, i partiti tradizionali, l'Unione europea, l'euro, la politica agricola comune e la globalizzazione. Alcuni arrivarono ​​al punto di proporre la formazione di una giunta militare per condurre il paese fuori dalla zona euro.

Allora come oggi, le considerazioni sono sempre le stesse: il popolo, o la gente, come si preferisce chiamarlo ora, non scende in piazza per l'istruzione, la giustizia, la cultura, i diritti negati. Scende in piazza solo per il pane. E quando di pane ce n'è a sufficienza, come nel caso dell'opulenta Francia dei giorni nostri, lo fa per i croissant.

Un grana in più per i politici del mondo, che per rispettare gli accordi sul clima, necessari a salvare il pianeta, devono affrontare anche questi movimenti populisti. Auto o etero-organizzati.

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