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Seconda mano contro moda veloce

Il settore dall'abito usato è in forte crisi, soffocato dalla moda veloce. Eppure, oltreoceano, qualcosa si muove, secondo il rapporto annuale di thredUP sull'abbigliamento di seconda mano.

Disse Charlie Chaplin, parlando del suo personaggio Charlot: "è la mia concezione dell'uomo comune. I suoi vestiti rappresentano lo sforzo di apparire dignitoso."

Già, i vestiti. Se ci pensiamo bene, l'elemento di Charlot più palesemente cambiato nel tempo non sono i suoi modi, non la tecnologia, ma i suoi abiti. Erano usati, arrangiati alla meglio per dissimulare taglie sbagliate. Usati sì, vecchi, logori, ma di buona fattura, adatti ad apparire dignitosi.

La persona comune di oggi non indossa abiti usati, non si trovano più e li usano in pochi. Oggi c'è la moda veloce, che significa abbigliamento trash, portata avanti da veri e propri colossi del vorrei-ma-non-posso come Zara o H&M (vedi Grandi marchi si bullano col riciclo in negozio). Secondo Irene Scapinello, responsabile dell'associazione il Giracose di Nogarole Rocca (Verona), "la filiera del tessuto usato è in crisi. C'è troppo usato, di bassa qualità, l'estero non assorbe più le nostre eccedenze."

Il costo basso sta creando un volume spaventoso di eccedenze di abiti usati di bassissima qualità, che sta minacciando anche le realtà più virtuose del nostro territorio. La moda veloce è costituita in pratica da capi prodotti in serie in luoghi lontani, brutti, mal confezionati, che urlano la disperazione di chi li ha prodotti, in condizioni di sicurezza precarie.

E nemmeno i ricchi comprano più abiti di qualità, che possano sfidare il tempo come quelli di cent'anni fa. La qualità dei materiali è precipitata, e anche questo è un motivo della scomparsa dei vestiti usati: non arrivano a essere indossati da un secondo proprietario. La differenza di costo è data dalla moda e dal brand, quel curioso investimento nel nulla che permette di vendere del ciarpame, pagato pochi centesimi, a centinaia di euro.

Secondo Legambiente, il 70,4% dei capi presenti nei negozi contiene sostanze estremamente aggressive, come formaldeide, coloranti dispersi, metalli pesanti. Inoltre, l'impiego di sostanze chimiche nell'industria tessile causa ogni anno tra i 500 mila e i 2 milioni di casi di avvelenamento tra i lavoratori, di cui 40 mila mortali. Il comparto tessile impiega enormi quantità' d'acqua per fissare i colori, rimuovere impurità e generare vapore. Oltre il 10% del totale dei pesticidi e il 25% degli insetticidi viene impiegato per il cotone.

Eppure ci sono segnali che qualcosa stia cambiando. Il rivenditore di abbigliamento di seconda mano thredUP ha appena pubblicato il suo rapporto annuale di vendita di moda usata e, stando a sentire loro, il mercato è in piena espansione. thredUP riporta che, negli ultimi tre anni, la vendita dell'usato è cresciuta 21 volte più velocemente della vendita al dettaglio di abbigliamento. Il mercato dell'usato, che attualmente vale 24 miliardi di dollari, dovrebbe raggiungere 51 miliardi di dollari in cinque anni.

Un numero crescente di acquirenti è disposto a comprare di seconda mano, poiché la vergogna associata agli abiti usati sta scomparendo. I millennial (i nati negli anni 80 e 90 del secolo scorso) e i boomers (quelli nati nei 60 e 70) fanno più shopping di seconda mano, ma è soprattutto la 'generazione Z' (dal 1997 al 2010) il gruppo che adotta più velocemente la seconda mano. Più di 1 su 3 Gen Z acquisterà abbigliamento di seconda mano nel 2019. Complessivamente, il 64% delle donne dichiara di voler acquistare abiti usati, scarpe e accessori, rispetto al 45% del 2016.

Siamo ancora nella dichiarazione di intenti, ma se il mercato sarà sorretto da un'offerta adeguata, questi intendimenti potranno trasformarsi in azioni concrete. La cosa più interessante è che questo mercato in crescita sta rubando quote proprio alla moda veloce, un'industria notoriamente insostenibile (vedi La bufala della moda sostenibile). Secondo thredUP, il mercato dell'usato supererà la moda veloce se continuerà a crescere a questo ritmo.

Il rapporto rivela uno strano cambiamento nelle percezioni dell'acquisto e del capo di vestiario. In parte la spinta all'usato è data dal desiderio di apparire in abiti diversi su base regolare (aspetto decisamente negativo), ma c'è anche il fatto che ora gli acquirenti considerano il potenziale valore di rivendita quando acquista vestiti (aspetto decisamente più positivo). Questo significa che agli abiti sono considerati un investimento, piuttosto che un prodotto usa e getta. E, per quanto riguarda la differenza tra prezzo di acquisto e di rivendita, il capo di seconda mano è virtualmente imbattibile.

Gli acquirenti sono poi sempre più diffidenti nei confronti del disordine e optano per un minor numero di vestiti nei loro armadi, come indicato dal successo del libro sul riordino di Marie Kondo.

thredUP sostiene che 9 rivenditori su 10 sperano di entrare nel settore della seconda mano entro il 2020. Ora è visto come un mercato con un grande potenziale per aumentare le entrate e la fidelizzazione dei clienti e migliorare la sostenibilità.

Se non fosse solo fuffa pubblicitaria, questa sarebbe una grande notizia in un momento in cui l'industria della moda ha un disperato bisogno di un rinnovamento. L'unica soluzione sembra essere quella di acquistare di meno per scoraggiare il consumo di risorse per la produzione. E comprare di seconda mano è un passo ulteriore in questa direzione.

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