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Ikea investe nel riciclo

Ikea

Il monopolista del mobile fighetto a buon mercato si impegna a ridurre l'impatto ambientale con il riciclo, ma gli esperti sollevano preoccupazioni circa la dominanza della catena di approvvigionamento.

Ikea, dopo aver acquistato boschi in Romania e nei paesi baltici e parchi eolici in Polonia, prosegue nella sua azione di pericolosa espansione: ora avrebbe deciso di investire in un impianto di riciclo dei materiali plastici nei Paesi Bassi. Secondo quanto dichiarato dal monopolista del mobile svedese, estendere il controllo della catena di approvvigionamento in questo modo potrebbe contribuire a renderlo sostenibile evitando impatti dannosi per l'ambiente, come la deforestazione illegale o i rifiuti plastici prodotti. In realtà l'azione sottende mire di potere ben precise.

In questa strategia espansionistica mascherata di verde, Ikea non è sola: a intraprendere questa strada ci sono anche Apple, che ha investito in una foresta degli USA per aumentare la fornitura di carta necessaria all'imballaggio, Google e Amazon, che hanno acquistato impianti di energia rinnovabile, anche per proteggersi dal continuo cambiamento dei prezzi dell'elettricità. L'ultima mossa di Ikea ha visto l'acquisizione di una quota di minoranza del 15% nella fabbrica olandese di riciclaggio della plastica Morssinkhof Rymoplast, la quale ha investito 3 miliardi di euro in progetti legati alla sostenibilità.

La produzione di plastica rappresenta il 6% del consumo globale di petrolio, una cifra che dovrebbe raggiungere il 20% entro il 2050 se si continua su questa traiettoria. L'investimento di Ikea in Morssinkhof Rymoplast ha l'obiettivo di realizzare i propri prodotti plastici (che sono il 40% della loro produzione) utilizzando materiali riciclabili al 100% o già riciclati entro il mese di agosto 2020.

Pia Heidenmark Cook, responsabile della sostenibilità di Ikea, afferma che l'investimento con la fabbrica olandese serve ad aumentare le loro capacità. Non è un caso quindi se è stata scelta proprio questa azienda: infatti Morssinkhof Rymoplast, oggi dispone di impianti in tutti i Paesi Bassi e produce circa 220.000 tonnellate di materiali riciclati di prima qualità all'anno. Come ha spiegato Cook, questo è il primo investimento di Ikea con un'industria di riciclo ed è un'esperienza per apprendere e capire meglio ciò che è necessario al fine di ottenere una plastica di alta qualità per i prodotti.

Jakob Rehme, professore di economia industriale presso l'Università svedese di Linköping, suggerisce che tali investimenti rappresentano un passo logico per una società in cui la domanda di materiali è così significativa. Accaparrarsi un impianto che potrebbe risultare strategico in caso di scarsità di risorse, come le materie plastiche riciclate, potrebbe rivelarsi fondamentale. Inoltre, se e quando la regolamentazione diventerà più rigida e i produttori saranno tenuti ad inserire una percentuale di plastica riciclata nei nuovi prodotti, un investimento nel riciclo sarà la svolta per Ikea.

Dexter Galvin, responsabile della supply chain di CDP, sostiene che questa tendenza si è diffusa in molteplici settori. Il cambiamento climatico, ha detto, unito alla scarsità delle risorse ci mettono davanti a catene di approvvigionamento globali a rischio: alcune aziende rispondono con un modello più ampio di approvvigionamento globale, ma molti hanno scelto di espandere le loro operazioni direttamente nella catena di approvvigionamento.

Ovviamente, non tutti i motivi che spingono le imprese a espandersi in questo modo, sono cristallini e ben intenzionati. Per esempio, la motivazione trainante dietro agli investimenti nel riciclo nel settore alimentare e delle bevande, è stata quella di evitare la regolamentazione e di formare un sistema volontario, anticipando la necessità di norme più severe. È chiaro come il sole che questi movimenti dei colossi, oltre ad accrescere il loro potere oltre la soglia di preoccupazione, tende a dominare l'intera catena di riciclo e danneggiare le piccole e medie aziende, vera ossatura del settore, oltre che le aziende delle nazioni in via di sviluppo.

Per Donna Marshall, professoressa associata all'università di Dublino, in assenza di dimostrazioni di un reale progresso, comunicare di voler ridurre l'impatto ambientale è un'azione di greenwashing.

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